Influenza

26/10/2009

I virus

I virus responsabili dell'infezione appartengono alla famiglia degli orthomixovirus e si distinguono da quelli di altri disturbi infettivi per due caratteristiche. Innanzitutto perché non esiste un unico tipo di virus, ma ve ne sono di diversi, A, B e C: i primi due sono responsabili della classica forma di influenza, mentre il tipo C, generalmente asintomatico, provoca un'infezione simile al raffreddore. I virus di tipo A circolano sia nell'uomo che in altre specie animali (uccelli, maiali, cavalli) e sono a loro volta suddivisi in sottotipi. Di solito il virus si trasmette dagli uccelli al maiale e da quest'ultimo all'uomo. I virus di tipo B sono presenti solo nell'uomo e non esistono sottotipi distinti.
In secondo luogo, i virus dell'influenza sono mutanti, cioè si modificano di anno in anno, obbligando così il nostro sistema immunitario ogni volta a produrre nuovi anticorpi in grado di affrontarli e sconfiggerli. Se ad esempio una persona ha superato un'infezione da virus di tipo A l'anno precedente, non è sicura di essere immune da ricadute l'anno successivo: lo stesso virus si può presentare modificato e l'organismo, per neutralizzarlo, deve produrre nuovi anticorpi.

I virus dell'influenza sopravvivono solo nelle cellule delle prime vie respiratorie: naso, faringe e laringe. Ciò significa che se durante o in seguito ad un'influenza si sviluppa la broncopolmonite, i responsabili non possono essere i virus dell'influenza: in questo caso la malattia è dovuta ai batteri che, approfittando dello stato di debolezza della persona, ne attaccano i bronchi e i polmoni.

Il virus che infetta volatili selvatici e domestici (tra cui i polli) si chiama "virus dell'influenza aviaria": di solito non infetta gli uomini, anche se, nel 1997 si sono verificati ad Hong Kong alcuni casi sporadici di influenza aviaria in persone che avevano avuto un contatto diretto con animali infetti (allevatori, macellatori e veterinari). Il virus dell'influenza aviaria, comunque, non si trasmette attraverso l'ingestione di carni o uova infette.

Tipi di epidemia | Un po' di storia | Trasmissione


Tipi di epidemia
Una caratteristica dell'influenza è la tendenza dei virus a modificare continuamente nel tempo le proprie caratteristiche: se le modifiche sono profonde in determinate circostanze ci possono essere importanti conseguenze per la popolazione che, non avendo mai incontrato il nuovo virus, è scarsamente immunizzata e si ammala più facilmente. Questo fenomeno può coincidere con la comparsa in tutti i gruppi di età di grandi epidemie a livello mondiale, chiamate "pandemie".

Le pandemie si verificano ad intervalli di tempo imprevedibili e in questo secolo sono avvenute nel 1918 (Spagnola, sottotipo H1N1)), nel 1957 (Asiatica, sottotipo H2N2) e nel 1968 (Hong Kong, sottotipo H3N2). La più severa, la Spagnola, ha provocato almeno 20 milioni di morti.

La comparsa di un ceppo di virus con proteine di superficie radicalmente nuove non è certo sufficiente per dire che si è verificata una pandemia. Occorre anche che il nuovo virus sia capace di trasmettersi da uomo a uomo in modo efficace.

Ma ecco alcune caratteristiche delle infezioni influenzali:
  • pandemica: diffusa in tutto il mondo
  • epidemica: diffusa a livello locale
  • endemica: casi sporadici che si verificano tutto l'anno
  • stagionale: nelle latitudini settentrionali si verifica in inverno, in quelle meridionali, invece, in primavera.

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Un po' di storia
Sin dai tempi antichi i virus dell'influenza furono probabilmente una causa importante di malattia. La prima epidemia di influenza viene fatta risalire al 1173. Le prime descrizioni di epidemie caratterizzate da sintomi simil-influenzali risalgono al V sec. a.C., in Grecia, e si sono protratte per tutta l'era cristiana, evidenziando come l'influenza sia presente da millenni nella popolazione umana. Recentemente si è ipotizzato che la peste di Atene, verificatasi tra il 430 e il 427 a.C. e descritta da Tucidide, fosse in realtà un'epidemia influenzale aggravata da complicazioni.

La prima pandemia attribuibile all'influenza è datata 1580. Da allora sono state descritte 31 pandemie, la maggiore delle quali si verificò nel 1918-19 (la Spagnola) quando, durante 3 ondate successive, furono registrati in tutto il mondo 21 milioni di morti. Il virus dell'influenza fu scoperto nel 1918 ma il primo isolamento di virus influenzale nell'uomo risale al 1933 in Inghilterra. Il virus dell'influenza B venne isolato nel 1939 e quello dell'influenza C nel 1950. A partire dal 1940 i virus dell'influenza vengono isolati annualmente in varie parti del mondo, durante le epidemie e le pandemie. Una epidemia influenzale da virus di tipo A compare ogni 2 anni, mentre una epidemia da virus di tipo B (che presenta in genere una minore diffusione e gravità) appare ogni 3-4 anni.

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Trasmissione
Il contagio avviene da persona a persona per via aerea: il virus si diffonde attraverso le goccioline di saliva sospese nell'aria che vengono emesse con starnuti o colpi di tosse da una persona già colpita, oppure semplicemente toccando con le mani superfici oppure oggetti contaminati da individui ammalati. Il virus penetra abitualmente attraverso il naso o la bocca e si moltiplica velocemente nelle vie respiratorie. Al momento del contagio non si accusa alcun malessere, ma intanto il virus comincia a moltiplicarsi.

In una comunità o in una regione l'andamento di un episodio di epidemia influenzale, dopo un esordio improvviso, raggiunge la fase acuta nel volgere di 3 settimane e tende quindi a spegnersi in breve tempo (6-10 settimane).
Epidemie causate dal virus dell'influenza soprattutto di tipo A possono manifestarsi periodicamente in corsie d'ospedale o in altri gruppi di popolazioni chiuse (quali anziani che vivono in comunità di lungodegenza).
In queste situazioni le caratteristiche epidemiologiche della malattia (breve periodo di incubazione, trasmissione per via aerea) possono dare origine ad epidemie con carattere esplosivo, ma di durata relativamente breve (1-3 settimane).
Durante queste epidemie sono abbastanza frequenti infezioni secondarie tra il personale ospedaliero (con tassi d'attacco del 20-50 per cento). A sua volta il personale ospedaliero può dare inizio all'epidemia trasmettendo l'infezione ai pazienti suscettibili.

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