Disagio mentale

26/10/2009

Affrontare il disagio mentale

Gli ospedali psichiatrici nacquero e si rafforzarono nell'800. Gli scopi di questi ospedali erano due: la cura, con mezzi medici e tecnici adeguati e la custodia come protezione delle persone bisognose e, contemporaneamente, protezione del contesto sociale. Nel corso del tempo, in Italia come in altri paesi, crebbe la consapevolezza che gli ospedali psichiatrici, i "manicomi" isolavano e recludevano i pazienti, diventando essi stessi dei luoghi dagli effetti invalidanti e disabilitanti. Assieme a questa consapevolezza crebbe anche la tendenza a pensare a dei luoghi di cura diversi, flessibili, decentrati e accessibili.
In Italia la figura simbolo del movimento fu Franco Basaglia, direttore prima dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, e successivamente degli ospedali di Parma e Trieste. L'idea di Basaglia era che l'ospedale psichiatrico non avesse valenze di cura e l'obiettivo era, conseguentemente, di sostituirlo con una rete di servizi territoriali. Nell'ospedale di Trieste molte cose cambiarono. Gli spazi furono aperti, si cambiò la disposizione dei pazienti, non più messi insieme per gravità (suicidi, agitati, infermi ecc.) ma in base alla loro provenienza territoriale. Vennero istituite delle riunioni dei pazienti che diventano parte attiva della vita dell'ospedale. Furono favoriti i ricoveri volontari. I pazienti assunsero importanza come persone, con una storia di vita e non in base alla loro malattia psichiatrica. Si abolirono le terapie di shock e le forme di contenzione fisica. Gradualmente i ricoverati e i nuovi ricoveri diminuirono. Molti pazienti, sempre assistiti cominciarono a vivere nei cosiddetti "gruppi appartamento".

Nel 1978 venne approvata la legge 180 che ribadiva l'inaccettabilità dell'isolamento di questi pazienti e proponeva forme di assistenza, riabilitazione e cura da svolgersi nei servizi territoriali. Inoltre fu vietato ogni nuovo ricovero negli ospedali psichiatrici. Dalla chiusura degli ospedali psichiatrici ad oggi molte cose sono cambiate. Alcuni dati sono particolarmente suggestivi e riguardano tre forme di pregiudizio: la pericolosità, il rifiuto delle cure e l'abbandono. I ricoveri nell'ospedale psichiatrico a Trieste sono passati da una media di 20 negli anni '70 ad una media di 0,5 negli ultimi 10 anni. Il numero annuale dei ricoveri coatti è passato da una media di 150 negli anni '70 a una media di 8 TSO (trattamenti sanitari obbligatori) ogni 100.000 abitanti negli ultimi 20 anni. Infine il numero dei suicidi è passato da 53 nel 1971 a 43 nel 1999.

Nel 1994 la legge finanziaria ha stabilito il termine ultimo per la chiusura degli ospedali psichiatrici, ben 67, dove risiedevano ancora 20.000 persone. Sono state effettuate diverse indagini sulle condizioni di vita all'interno degli ospedali, che hanno fornito un quadro generale molto spesso drammatico. Gli ospedali sembravano molto più luoghi di custodia che spazi di recupero e riabilitazione. Non veniva stimolata l'autonomia, né si proponevano dei contesti di lavoro protetti. Erano ancora attuate le contenzioni fisiche.


Le strutture di accoglienza
Le leggi che regolavano la chiusura degli ospedali psichiatrici prevedevano che i responsabili degli ospedali psichiatrici trovassero dei posti letto per i pazienti ancora ricoverati. Questi posti letto dovevano essere reperiti nelle case di riposo e nelle strutture psichiatriche residenziali dei servizi territoriali. Le strutture residenziali vengono definite come strutture extraospedaliere per utenti di esclusiva competenza psichiatrica, sono luoghi in cui si deve svolgere una parte del programma terapeutico-socio-riabilitativo, offrendo inoltre la possibilità di una rete di rapporti e di opportunità emancipative. Esse non sono da intendersi come soluzioni abitative.

Le strutture si differenziano per essere a bassa, media e alta assistenza a seconda delle ore di presenza del personale adibito all'assistenza dei pazienti. Circa il 70 per cento delle strutture è, attualmente, ad alta assistenza, cioè viene garantita una presenza di personale 24 ore su 24. I pazienti che non afferiscono a queste strutture risiedono in case di riposo mentre solo in una minima percentuale ha fatto ritorno in famiglia.

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