I problemi in gravidanza

La gravidanza è un fenomeno fisiologico che interessa la donna sia dal punto fisico sia psichico, determinando innumerevoli cambiamenti strutturali e funzionali che rappresentano delle risposte d'adattamento alla nuova condizione. Tali mutazioni iniziano dal concepimento e perdurano per tutto lo sviluppo dell'embrione e del feto fino alla nascita del neonato. La donna può avvertire sensazioni ed alterazioni soggettive, che le fanno sospettare l'inizio della gravidanza, prima ancora che compaiano i segni obiettivi o che esami specifici ne confermino la presenza. La durata normale della gravidanza si calcola dal giorno d'inizio dell'ultima mestruazione ed è di 40 settimane, ossia di 280 giorni. Il parto è definito pretermine qualora avvenga prima della 37ma settimana e post termine se si verifica oltre la 42ma settimana. Nel corso della gravidanza si possono presentare alcuni disturbi, comuni a molte donne, per esempio nausea, insonnia e prurito oppure alcune malattie, che è bene tenere sotto controllo per evitare eventuali complicazioni. Come consigli generali è bene sottoporsi alle visite ginecologiche di routine e rivolgersi al proprio medico qualora si nutrano dubbi sull'andamento della gravidanza. L'eventuale assunzione di farmaci deve essere fatta sotto stretto controllo del ginecologo evitando la medicazione "fai da te".

I fastidi della gravidanza

La gravidanza non è un fenomeno isolato che interessa solamente l'apparato genitale, ma un evento che coinvolge e modifica tutto l'organismo della donna. Le modificazioni nel corpo durante la gravidanza possono manifestarsi con piccoli malesseri, che frequentemente accompagnano la donna per tutti i nove mesi, senza per altro diventare, nella maggior parte dei casi, dei veri e propri disturbi. I primi, nonché i più frequenti, disturbi in gravidanza sono la nausea e/o il vomito al mattino, la salivazione abbondante, i bruciori ed i piccoli dolori allo stomaco, la stitichezza e i mutamenti del gusto e dell'appetito. Si presentano già dalle prime settimane di gravidanza e, nella maggior parte dei casi, con il terzo mese scompaiono; solo raramente si manifestano oltre questo periodo.

Nausea in gravidanza

Tra i più frequenti disturbi della gravidanza, nausea, vomito e ipersalivazione (scialorrea) sono probabilmente causati da un ormone secreto dalla placenta, la gonadotropina corionica (HCG), ossia l'ormone che si dosa nei test di gravidanza. Essi, quindi, sono tanto più probabili quanto più alti sono i livelli di HCG e, perciò, più intensi nei primi tre mesi di gravidanza (con un picco al secondo mese) e nelle gravidanze gemellari.
Fortunatamente, molte donne non hanno nausea o hanno solo sintomi minimi. Ad ogni modo, in concomitanza con la diminuzione dei livelli di HCG, la nausea e il vomito si attenuano fino a scomparire dopo il terzo mese di gravidanza.

Di solito questi disturbi, preceduti da un senso di vuoto allo stomaco, sono più accentuati al mattino e possono essere scatenati dalla vista o dall'odore di particolari cibi o sostanze. Spesso si associano a cambiamento del gusto e ad un apparente aumento della salivazione, in quanto la futura mamma non riesce a deglutire la saliva normalmente prodotta dalle ghiandole salivari. Paradossalmente vengono chiamati disturbi simpatici, dal nome del sistema nervoso autonomo (o sistema simpatico) che li regola.

I possibili rimedi a questi disturbi in gravidanza sono:

  • evitare i liquidi, soprattutto a colazione e a stomaco vuoto
  • mangiare cibi secchi, come biscotti, fette biscottate e crackers
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  • non mangiare cibi non graditi, anche se fanno bene (è facile, per esempio, che si sviluppi un'avversione per la carne)
  • cercare di fare pasti piccoli e frequenti
  • quando le nausea è particolarmente intensa e il vomito insistente (iperemesi) può essere necessario un breve ricovero in ospedale dove verranno effettuati alcuni esami per verificare il benessere della mamma e del feto e somministrati farmaci antinausea
  • cambiare ambiente: spesso, infatti, le persone vicine con le loro attenzioni e premure finiscono per peggiorare questi sintomi
  • anche se si hanno avuti nausea e vomito accentuati durante la prima gravidanza non è detto che si ripresentino anche in quella attuale!

Insonnia in gravidanza
Per definizione, attesa è sinonimo di ansia. Pertanto, anche durante "la dolce attesa" l'ansia legata alla paura per la propria salute o per quella del nascituro si presenta con espressioni molto variabili. Il risultato di un esame fuori norma, un dato ecografico non rassicurante, la mancata percezione dei movimenti del bambino per qualche ora, l'approssimarsi della data del parto o anche altre cose più banali scatenano nella futura mamma vere e proprie crisi di panico che, il più delle volte, svaniscono non appena si consulta il proprio medico. L'insonnia è una delle espressioni di questi fenomeni che, più frequentemente, affiorano in piena notte. Il più delle volte non è necessario alcun trattamento per l'insonnia in gravidanza. Si possono usare blandi sedativi a base di camomilla, valeriana o melissa e seguire un corso di preparazione al parto (per imparare a respirare in modo profondo). Infine fare pasti leggeri e facili da digerire evitando di andare a letto subito dopo mangiato.

Il prurito in gravidanza
Tra i piccoli disturbi in gravidanza, uno dei più frequenti è il prurito. Questo sintomo, anche se per la maggior parte dei casi è banale, non deve essere mai sottovalutato e va sempre riferito al proprio ginecologo di fiducia, che indicherà la cura migliore per ogni singolo caso. È soprattutto nel corso degli ultimi mesi di gravidanza che alla futura mamma può capitare di avvertire sul corpo un fastidioso prurito. In genere il prurito in gravidanza tende a localizzarsi sul pancione, seno e gambe e solo di rado si estende al resto del corpo.

E se la pelle tira? Potrebbe essere uno degli effetti della tensione cui viene sottoposta la pelle nel corso dei nove mesi di gravidanza, soprattutto nell'ultimo trimestre, quando l'utero si ingrossa notevolmente. La pelle dell'addome, ma anche del seno e delle cosce, subisce un progressivo stiramento che finisce spesso per irritare la cute. Inoltre durante l'attesa la notevole presenza nel sangue degli ormoni estrogeni e del progesterone, provoca una maggiore ritenzione idrica. Così i tessuti impregnati di acqua si tendono più del solito e possono dare una lieve sensazione di prurito nella parte bassa dell'addome, alle gambe e ai piedi.
Per rimediare a questo sintomo, normale in gravidanza, è fondamentale mantenere la pelle ben idratata: occorre quindi, a cominciare già dai primi mesi della gestazione, utilizzare tutti i giorni creme elasticizzanti e antismagliature e oli emollienti e idratanti, per rendere la pelle più "elastica" per contrastare il progressivo "stiramento". I prodotti vanno applicati praticando lievi massaggi, utili a stimolare la circolazione sanguigna. Per alleviare il prurito inoltre, è consigliabile utilizzare sulle zone interessate il talco mentolato o lozioni rinfrescanti (a base di lavanda, acqua di rose, bergamotto), oppure fare un bagno tiepido a base di amido di riso dal potere sfiammante. Oltre ai rimedi indicati è consigliato anche un controllo del peso e lunghe passeggiate all'aperto che facilitano la circolazione sanguigna delle gambe.

Questo disturbo può anche essere connesso alla cattiva funzionalità del fegato, che provoca la colestasi epatica, cioè la tendenza ad accumulare sali biliari nei tessuti, favorita dai mutamenti ormonali tipici dei nove mesi di gestazione. Il fegato non riesce a svolgere pienamente le sue funzioni di "filtro" e alcuni scarti delle cellule rimangono in circolo, provocando il senso di fastidio. Il prurito compare nell'ultimo trimestre, dapprima su braccia e gambe e poi tende a diffondersi su tutto il corpo. In questo caso per favorire l'eliminazione dei sali è utilissimo bere molto, almeno 1,5-2 litri di acqua naturale al giorno, e seguire una dieta adeguata, evitando pasti troppo abbondanti o molto speziati, i fritti, le salse e i salumi, ossia tutti quegli alimenti che richiedono un notevole impegno da parte del fegato. In caso di necessità il medico prescriverà farmaci che riattivano la funzione di filtro del fegato, e quelli che eliminano il fastidioso sintomo.

Quando invece il prurito compare già a partire dai primi mesi di gravidanza è più probabile che esso sia dovuto a un fenomeno allergico. In questo caso il ginecologo potrebbe escludere dalla dieta della gestante alcuni alimenti ad alto rischio, come il latte e le uova.

Anche le emorroidi si manifestano con un prurito persistente: questo disturbo, frequente nei nove mesi, è dovuto in gran parte alle modificazioni ormonali della gravidanza che coinvolgono anche i vasi sanguigni, determinando una dilatazione delle piccole vene che si trovano nella parete del canale anale. Per alleviare il fastidio si può ricorrere a frequenti lavaggi con acqua tiepida, o, se il disturbo è più intenso, si possono applicare appositi preparati antiemorroidali.


Le malattie della gravidanza

La gravidanza è un momento fisiologico della vita della donna, nel corso del quale l'organismo materno va incontro a notevoli modificazioni in tutti suoi apparati. Ciò comporta che, pur non andando incontro a vere malattie, la gravidanza può causare una serie di disturbi, più o meno marcati, che possono talora turbare la tranquillità della donna. Non vanno poi dimenticate le ovvie problematiche psicologiche che la gravidanza comporta, sia nei confronti delle modificazioni fisiche e sociali cui la donna va incontro, sia nei confronti del benessere fetale.

 

Ipertensione

Può essere pre-esistente la gravidanza o comparire per la prima volta in gravidanza (più spesso nel terzo trimestre) anche senza alcun sintomo. A volte compare anche dopo il parto. Una pressione con valori 140/90 è considerata già elevata, in quanto normalmente la pressione si abbassa in gravidanza. In questi casi è necessario eseguire alcuni esami come l'esame delle urine con dosaggi delle proteine, esami del sangue specifici, ecografia con flussimetria, cardiotocografia (monitoraggio elettronico). Il consiglio è di misurare frequentemente la pressione arteriosa durante la gravidanza e rivolgersi al proprio medico o alla struttura ospedaliera, se i valori sono uguali o superiori a 140/90.

 

Diabete gestazionale
Il metabolismo degli zuccheri nel sangue è gestito dagli ormoni prodotti dal pancreas: il glucagone, che fa aumentare il tasso di zuccheri, e l'insulina che lo riduce. In condizioni sane l'organismo dosa continuamente l'uno o l'altro di questi ormoni per mantenere un equilibrio. Il diabete si verifica quando per qualche motivo l'insulina prodotta è insufficiente a limitare la concentrazione degli zuccheri nel sangue. È questo il caso del diabete gestazionale, ossia di quella forma di diabete che insorge in gravidanza in donne precedentemente sane, e che in genere si risolve dopo il parto (anche se può lasciare una predisposizione a sviluppare successivamente il diabete nel 30-60 per cento dei casi). Il diabete gestazionale si verifica a causa degli ormoni della gravidanza, che possono contrastare la produzione di insulina in soggetti predisposti; questo meccanismo può essere accentuato da fattori come il sovrappeso o una dieta scorretta. Il diabete gravidico è una condizione a rischio anche per il nascituro, perché può comportare una crescita eccessiva del feto, aborto o parto prematuro. Gli esami consigliati sono l'esame delle urine, l'ecografia, la glicemia basale, la minicurva glicemica, il profilo glicemico. In ogni caso la probabilità che il bambino presenti il diabete alla nascita è inesistente e la probabilità di sviluppare successivamente il diabete sono quasi le stesse del figlio di una donna non diabetica.


Le complicazioni

Quando una gravidanza si interrompe spontaneamente entro 180 giorni dalla data di inizio dell'ultima mestruazione (ossia 25 settimane e 5 giorni) si parla di "aborto spontaneo", che, nella maggior parte dei casi, è uno evento che si verifica durante il primo trimestre di gravidanza. Altre complicazioni possono essere l'infezione da citomegalovirus e alcune malattie infiammatorie croniche, per esempio il morbo di Crohn.

Aborto spontaneo
Quando nella donna compaiono sintomi che possono far temere per una possibile interruzione della gravidanza, ovvero perdite di sangue provenienti dalla cavità uterina e/o contrazioni dell'utero e fitte dolorose si parla di minaccia d'aborto. A questo proposito si raccomanda alle donne in stato di gravidanza di non sottovalutare nessun sintomo si presenti e di segnalarlo prontamente al proprio medico. L'aborto spontaneo può essere: completo (quando si verifica l'espulsione spontanea sia dell'embrione che della placenta), incompleto (quando si verifica l'espulsione parziale del tessuto embrionale dalla cavità uterina, il materiale abortivo rimasto viene rimosso tramite un raschiamento), interno (in cui l'interruzione della gravidanza non si accompagna alla comparsa della sintomatologia che generalmente caratterizza l'aborto spontaneo, quindi perdite di sangue di entità variabile, dolori al basso ventre e/o alla regione lombo sacrale).

L'aborto spontaneo, che nella maggior parte dei casi viene considerato un evento casuale, è definito ricorrente quando in una medesima paziente si verificano 2 o più eventi abortivi spontanei consecutivi.
Le cause che più frequentemente possono condurre ad un aborto spontaneo sono:

  • anomalie genetiche e cromosomiche del feto che possono essere ritenute responsabili di oltre il 50 per cento degli aborti spontanei, soprattutto nel corso del primo trimestre di gravidanza
  • caratteristiche particolari dell'utero, per esempio malformazione dell'utero (che si presenta piccolo oppure diviso al suo interno impedendo così al feto di avere lo spazio necessario per svilupparsi) e fibromi uterini, che si verificano in genere nel secondo trimestre di gravidanza/li>
  • diabete, ipertensione arteriosa, malattie renali croniche, squilibri ormonali, malattie autoimmuni (come il lupus eritematoso sistemico, l'artrite reumatoide oppure la sclerodermia), infezioni di natura batterica, virale oppure parassitaria.

 

Spesso la causa che provoca un aborto spontaneo non è identificabile, ma va comunque considerato che nella maggior parte dei casi tale evento è sporadico ed assolutamente non ripetitivo.
Quando si verificano, invece, casi di aborto ripetuto si rende necessario indagare sulle cause. A tale scopo il medico, oltre a ricostruire la storia clinica della coppia ed a effettuare una visita ginecologica, prescriverà l'esecuzione di tutti gli accertamenti clinico-strumentali (cariotipo, ossia il corredo cromosomico sul sangue dei genitori, test di funzionalità tiroidea, colture cervico-vaginali, ecografia transvaginale, indagini sul sistema immunitario, ecc.) ritenuti utili per formulare la diagnosi e poter attuare così il trattamento più adeguato.

 

Infezione da citomegalovirus

Il citomegalovirus (CMV) è un virus del gruppo degli Herpesvirus. La maggioranza delle persone ha il suo primo contatto con il virus (infezione primaria) già alla nascita o durante l'infanzia. Infatti, le vie di trasmissione più precoci e frequenti comprendono la trasmissione al neonato: durante il parto (infezione perinatale) a seguito di contatto con secrezioni vaginali infette o durante l'allattamento materno (infezione postnatale). Circa il 60 per cento delle puerpere che hanno già contratto l'infezione primaria da CMV in passato, elimina il virus con il latte trasmettendo l'infezione a circa il 30-70 per cento dei neonati allattati per almeno un mese. Questa è una via di trasmissione naturale e del tutto benigna. Infatti, un neonato nato a termine sano raramente svilupperà sintomi evidenti di infezione e non andrà incontro ad alcuna complicazione (anche perché con il latte riceve oltre al virus una quota di anticorpi materni che lo proteggono). Inoltre, in caso di neonato di sesso femminile, si eliminerà il rischio di contrarre una infezione primaria nel corso di una futura gravidanza.

L'infezione da CMV, quindi, può essere importante in gravidanza per il rischio di essere trasmessa al feto (trasmissione verticale) sia durante un'infezione primaria che a seguito di riattivazione o reinfezione della madre. Tuttavia, è importante tenere ben presente che eventuali malattie fetali malformative o di altro tipo sono causate pressoché esclusivamente da un'infezione primaria. L'infezione primaria si può verificare una sola volta nella vita. Pertanto, se una futura mamma ha già contratto in passato l'infezione primaria (e quindi sviluppato i relativi anticorpi ovvero, più in generale, un'immunità specifica), questa non può ripetersi in caso di ulteriore contatto con il virus.
Il più delle volte la malattia decorre con assenza di sintomi o con una sintomatologia modesta come una leggera febbre e senso di stanchezza. Nei soggetti immunodepressi, cioè con ridotte difese immunitarie, il virus può causare disturbi più importanti. L'aver contratto la malattia non produce immunità; infatti, cessata la fase di attività del virus, il citomegalovirus assume una stabilità latente all'interno dell'organismo.

Per impedire che il citomegalovirus turbi la serenità dell'attesa sarà bene accertare lo stato immunitario (presenza di IgG specifiche) nei confronti di questo virus prima di pianificare una gravidanza. In caso di sieropositività non sono necessari ulteriori controlli mentre in caso di sieronegatività è bene controllare con cadenza mensile IgM e IgG specifiche per CMV, per poter diagnosticare prontamente un'infezione primaria in corso gravidanza (sieroconversione). In caso di positività per IgM sarà bene rivolgersi ad un centro specializzato.

Malattie infiammatorie croniche
La colite ulcerosa e la malattia di Crohn sono malattie infiammatorie croniche intestinali che spesso insorgono in donne in età fertile, con un picco di incidenza tra i 15 e i 35 anni. La prima è caratterizzata da una condizione di infiammazione della parete intestinale del colon, ovvero del tratto terminale dell'intestino, la malattia di Crohn prevalentemente dalla infiammazione dell'ileo (ovvero la parte di intestino compresa tra lo stomaco e il colon), ma a volte anche del colon stesso o di ogni altro tratto dell'apparato digerente. In linea generale è meglio affrontare una gravidanza quando la malattia non è in fase attiva; in caso di malattia attiva o di riacutizzazione durante la gravidanza è importante iniziare rapidamente un trattamento farmacologico adeguato in quanto i rischi per il feto dipendono più dall'attività della malattia che dal trattamento.

L'andamento della malattia non sembra essere influenzato negativamente dalla gravidanza: la percentuale di recidiva di malattia nelle pazienti in gravidanza è infatti uguale a quella riscontrata nelle donne di pari età non in gravidanza; inoltre il decorso della malattia durante una gravidanza non preannuncia il decorso della malattia in eventuali gravidanze successive. Di solito se la malattia è in remissione rimane tale durante tutta la gravidanza e il puerperio, mentre se la malattia è in fase attiva al momento del concepimento sono più frequenti le riacutizzazioni durante la gravidanza, soprattutto nel primo trimestre. Occasionalmente la malattia può manifestarsi per la prima volta durante la gravidanza o il puerperio.


La gravidanza e il riposo

Ci sono donne alle quali, per diversi motivi (per esempio minacce d'aborto), è stato consigliato dal proprio medico di stare a riposo durante la gestazione. Una situazione che non giova certo all'umore delle future mamme già in ansia per il parto e per le future responsabilità. Questi motivi, associati agli "stravolgimenti ormonali", poi, rendono frequenti gli episodi di insonnia che colpiscono le donne in gravidanza. Dal quinto mese in poi, si aggiungono anche la presenza sempre più "invadente" del pancione, i continui movimenti del bambino ed eventuali disturbi collaterali come l'incontinenza urinaria. La prima regola per conciliare una riposante notte di sonno, soprattutto quando si è costrette a letto già durante il giorno, è quella di stabilire un rituale all'insegna del relax prima di coricarsi. Si può scegliere un'attività particolarmente rilassante e tranquillizzante da svolgere prima di addormentarsi: bere un bicchiere di latte, leggere un buon libro, preparare una torta o lavorare a maglia.

Ci sono, poi, situazioni che sarebbe bene evitare: non abbandonarsi a pisolini pomeridiani che potrebbero fare arrivare a sera troppo riposate, non svolgere pratiche sportive prima di andare a letto che potrebbero rilasciare una maggiore quantità di neurotrasmettitori, accentuando lo stato di vigilanza, e non assumere in tarda serata sostanze eccitanti come té, caffè o coca-cola. Un altro elemento che può influire sulla qualità del sonno notturno è la scelta del materasso e del cuscino. La soluzione ideale è quella rappresentata da un materasso né particolarmente rigido (potrebbe provocare un rallentamento del flusso sanguigno a causa della pressione eccessiva del corpo), né particolarmente morbido (potrebbe creare degli avvallamenti in corrispondenza dei punti più delicati, ovvero la schiena, le spalle e i fianchi). Sono da preferire, quindi, materassi in lattice o a molle, con doghe in legno. Per quanto riguarda il cuscino, la sua altezza dovrebbe consentire, stando in posizione supina, di mantenere la testa parallela al soffitto, in modo da evitare "apnee notturne" e scongiurare l'eventualità di russare.

Le posizioni ideali per addormentarsi sono:

  • sdraiate sulla schiena, con la testa appoggiata a un cuscino di giusta altezza, così da permettere alla cassa toracica la massima espansione e una maggiore ossigenazione
  • su un fianco, con le gambe rannicchiate, una postura che possa conciliare il sonno e non far gravare il peso del piccolo sul corpo della mamma.

 

Infine, alcuni alimenti possono essere considerati "alleati" del riposo. I cereali integrali, per esempio, sono ricchi di carboidrati complessi, noti per le proprietà soporifere mentre le banane contengono una dose consistente di serotonina, una sostanza coinvolta nel processo biochimico che induce il sonno. Il latte e lo yogurt, poi, contengono sostanze simili alla morfina che possono lenire i dolori e allentare l'ansia. Se, in casi estremi, si pensa di ricorrere ai farmaci, è bene sempre rivolgersi al proprio medico.


Gravidanze gemellari

Si definisce multipla la gravidanza caratterizzata dallo sviluppo di due o più feti nella cavità uterina. In assoluto, la frequenza dei parti con due gemelli è di circa 1 su 80, quella di un parto con tre gemelli è di 1 su 6.400, quella di un parto con quattro gemelli è di 1 su 512.000. Mentre la gravidanza gemellare monovulare (un ovulo fecondato da uno spematozoo) è un evento puramente casuale, con un'incidenza che si aggira tra il 3 e il 5 per 1000 gravidanze, quella biovulare (due ovuli fecondati da due spermatozoi diversi) è legata a fattori genetici e può variare molto da popolazione a popolazione: in Italia è intorno all'uno per cento. La sua frequenza è però in costante aumento a causa dell'impiego di tecniche di fecondazione assistita. Nel caso di gravidanze monovulari si parla anche di gemelli monozigoti, in quanto hanno un patrimonio genetico identico. Nel caso delle gravidanze biovulari si parla anche di gemelli dizigoti, in quanto hanno patrimoni genetici differenti. In base al numero di placente, poi, si parla di gravidanza mono-coriale (20 per cento dei casi), ossia con un'unica placenta, e di gravidanza bi-coriale, con due placente distinte (80 per cento dei casi).

La gravidanza con gemelli monozigoti (30 per cento) è determinata dalla divisione in due parti uguali dell'uovo in un periodo variabile da 1 a 10 giorni dopo la fecondazione. Se la divisione avviene nei primi tre giorni, ogni gemello avrà una sua placenta; se la divisione avviene dopo 3-8 giorni, avranno la stessa placenta, ma due cavità amniotiche separate; se avviene dopo 8-10 giorni, avranno in comune anche la cavità amniotica. Se la separazione avviene ancora più tardi, si avrà un fenomeno patologico, cioè i gemelli siamesi.

I gemelli dizigoti (70 per cento) hanno sempre due placente separate. Queste possono essere inserite su due pareti opposte dell'utero, oppure adiacenti.

La gravidanza gemellare è facilmente rilevabile con l'ecografia già alla quinta settimana, quando ci sono due sacchi distinti. Per visualizzare gli embrioni e i battiti cardiaci bisogna però aspettare la sesta settimana. Solo al terzo mese con ecografie accurate è possibile stabilire il numero di placente e definire se si tratta di una gravidanza monocoriale o bicoriale. Questa distinzione è abbastanza importante perché le gravidanze monocoriali vanno incontro a maggiori complicazioni e necessitano, quindi, di controlli più frequenti. La gravidanza gemellare è comunque considerata una gravidanza a rischio, perché sono più frequenti alcune complicazioni, per esempio: la prematurità, la pre-eclampsia (malattia caratterizzata da pressione arteriosa elevata, gonfiori e proteine nelle urine), il distacco di placenta e il basso peso alla nascita.

Alcuni fattori sembrano predisporre allo sviluppo di una gravidanza gemellare o plurigemellare, per esempio l'ereditarietà, il DNA materno, l'età della donna (l'incidenza cresce con l'avanzare dell'età ), la razza dei genitori (l'incidenza è massima tra i neri, minima tra gli orientali), il ricorso ai trattamenti antifertilità (che promuovono la maturazione contemporanea di più follicoli).
Una gravidanza gemellare può manifestarsi con alcuni sintomi particolari, per esempio:

  • vomito e nausea più frequenti rispetto ad una gravidanza singola (si pensa che ciò sia dovuto alla maggiore massa placentare)
  • "disturbi da ingombro" dovuti al notevole volume che l'utero può raggiungere (varici, disturbi respiratori, problemi digestivi, deambulazione faticosa, lordosi)
  • marcata anemia per l'aumento del fabbisogno di acido folico e di ferro.


Farmaci in gravidanza

Le confezioni di quasi tutti i farmaci in commercio segnalano cautela nell'uso durante la gravidanza. Non si tratta di un'avvertenza casuale: possono, infatti, verificarsi effetti collaterali sul feto a cui il farmaco arriva attraverso la placenta. Se quando si decide di fare un bambino si sta seguendo una terapia prolungata, quindi, è bene consultare il proprio medico che consiglierà sul da farsi sulla base del tipo di farmaco, del motivo per cui viene assunto, delle condizioni generali di salute della futura mamma. La maggior parte dei farmaci viene eliminata nell'arco di 48-72 ore, ma ci sono anche farmaci che rimangono in circolo più a lungo, per esempio i retinoidi per la cura dell'acne.

 

Farmaci, sì o no?

In termini generali, in previsione di una gravidanza, tutti i trattamenti farmacologici cronici debbono essere rivalutati con l'aiuto del proprio medico curante per stabilire insieme qual è la soluzione che maggiormente si adatta alle specifiche esigenze della futura mamma. Non sempre, infatti, è possibile sospendere la terapia (per esempio nelle donne ipertese, diabetiche, affette da malattie metaboliche o da epilessia), ma la si può sostituire con altre molecole più adatte e più sicure per la salute di mamma e bambino.

In alcuni casi la soluzione migliore è aspettare alcuni mesi prima del concepimento, per esempio quando si fa ricorso al vaccino antirosolia, per evitare qualsiasi potenziale danno al feto. Il periodo più delicato, in cui è consigliabile usare maggiore prudenza, è quello dei primi tre mesi, durante i quali si formano gli organi principali. Se quando non si sapeva ancora di essere incinte si è fatto uso regolare di qualche farmaco, si è state sottoposte a vaccinazioni o radiografie del bacino, è prudente metterne al corrente il proprio medico o ginecologo.

In generale sarebbe meglio evitare l'uso dei farmaci durante la gravidanza e in ogni caso non assumerne mai senza aver prima consultato il medico. Visto che per nessun farmaco si può escludere un potenziale effetto tale da determinare difetti fisici nell'embrione in via di sviluppo (effetto teratogeno), bisogna valutare attentamente ogni categoria di farmaci, inclusi quelli più comuni come analgesici, lassativi, antinfluenzali, antiacidi e psicofarmaci. Un farmaco può essere letale per il feto se somministrato nei primi 20 giorni di gravidanza; teratogeno (determina difetti fisici nell'embrione in via di sviluppo) se impiegato tra il 20mo e il 60mo giorno; tossico dopo il 60mo giorno di gravidanza. Il periodo più vulnerabile per il determinarsi di anomalie congenite maggiori è quello compreso tra la terza e la decima settimana di gestazione. Tra i farmaci sicuramente teratogeni ci sono gli antineoplastici (farmaci che si utilizzano nella cura contro i tumori), gli ormoni corticosurrenalici, gli anticoagulanti orali; tra quelli dotati di probabile azione teratogena si ricordano gli antiepilettici; da utilizzare in particolari situazioni sono l'aspirina, gli antiacidi e le benzodiazepine. Gli antibiotici possono influenzare lo sviluppo dei denti e delle ossa.

 

Le vaccinazioni
La gravidanza non rappresenta una tassativa controindicazione alle vaccinazioni. Infatti, la vaccinazione, in genere, ottiene il duplice effetto di proteggere sia la madre sia il bambino. Se è eseguita nel terzo trimestre, il neonato è protetto anche per un periodo più o meno lungo dopo il parto.

Tra le vaccinazioni che possono essere praticate in gravidanza senza alcun rischio, ci sono:

  • la vaccinazione antitetanica e antidifterica con anatossina, cioè preparata con tossina batterica privata del proprio potere tossico ma non di quello immunizzante
  • la vaccinazione antinfluenzale con virus uccisi
  • la vaccinazione antipoliomielitica (metodo di Salk) con virus uccisi
  • la vaccinazione anticolerica con germi uccisi.

 

Nel caso in cui vi sia stata esposizione al pericolo di contrarre la rabbia durante la gravidanza, è necessario procedere alla vaccinazione con i moderni vaccini costituiti da virus uccisi associando la protezione passiva a immunoglobuline. Le vaccinazioni contro il tifo e le vaccinazioni antidissenteriche sono sconsigliate perché talvolta danno luogo a violente reazioni febbrili che, indirettamente, possono causare l'aborto o il parto pretermine. La vaccinazione antivaiolosa è ammissibile solo in caso di estrema necessità. Le vaccinazioni contro la rosolia, il morbillo e la parotite non hanno indicazioni in corso di gravidanza, anche se la vaccinazione antirosolia dovrebbe essere eseguita almeno tre mesi prima della gravidanza.

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